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Sono lontani, persino impensabili, gli anni duemila quando il Corpo Forestale (inteso come braccio attivo sul territorio, nato per salvaguardare, proteggere e valorizzare l’uso civile sociale e culturale del patrimonio naturale) dava valore alla Riserva naturale orientata di Monte Cammarata che comprende anche i nostri boschi. Lontani gli anni in cui venivano ampliate le aree attrezzate per offrire alle famiglie e ai gruppi i luoghi per socializzare nella natura attorno ad un desco di pietra, stare insieme e godere di un pó di refrigerio e di tranquillità. Lontani gli anni in cui venivano creati e resi fruibili percorsi e i camminamenti nella riserva, mettendoci in comunicazione con la maggiore ricchezza patrimoniale del territorio con attenzione particolare e inclusiva ai percorsi per i disabili, gli anni in cui, grazie a una politica di sinergia tra istituzioni locali e Corpo Forestale, veniva creata la pavimentazione a ciottoli su cui oggi percorriamo il fascinoso viale di querce che ci introduce all’eremo della Quisquina.
Lontani quegli anni e quelle attenzioni tese ad un grande sforzo di valorizzazione del nostro patrimonio boschivo vanto di tutte le reali (o sperate) politiche di offerta turistica del territorio che su questo patrimonio basano ancora oggi l’insieme delle sue ambizioni di sviluppo.
Oggi (un oggi che dura ormai da anni) accade che una teoria quasi militare di cartelli di divieto rende tutto quel patrimonio qualcosa di ostile alla pubblica rispettosa e pacifica fruizione della Riserva naturale. Una Riserva che, va detto, è sempre più lasciata a sé stessa e al suo inselvatichimento naturale e deterioramento di quelle benemerite infrastrutture che furono create per far vivere i nostri boschi alle persone, dedite alle salutari attività motorie, alle escursioni o al semplice svago dei disabili che trovavano, in quei percorsi fatti apposta per loro, una forma affabile di accoglienza e di cittadinanza, una boccata di salute.
Oggi, per fare un esempio, preso atto dei primi due cartelli di strettissimi divieti (tavole della legge che già incutono un certo senso di colpa preventivo), per entrare nel percorso Donna devi scavalcare un cordolo di pietra del cancello serrato con i catenacci, introducendosi nel percorso che Madre Natura nel frattempo ha provveduto a fagocitare, e fatto questo, una volta dentro, non hai ben capito se devi sentirti in colpa oppure no, e mentre percorri con questo dubbio i sentieri, ti accorgi che i provvidi percorsi di un tempo (e le relative segnaletiche) sono inghiottiti dalla vegetazione e le transenne di legno costati fatica e impegno sono quasi polverizzati dall’incuria e dalle tarme.
In compenso, dei ridondanti (a dir poco) piloni di cemento bianco da gimkana “gridano” le indicazioni del percorso… sempre che tu sia riuscito ad entrare.
Cosicché, quella pista riservata ai disabili, per esempio, è diventato irraggiungibile non solo dai disabili ma semplicemente da anziani in discrete condizioni.
Perfino l’epigrafe del cardinale De Giorgi venuto nel 2014 a benedire l’ingresso del percorso costeggiato da due augurali filiere di violette e gigli, sembra quasi il reperto di una preistoria in cui, in una civiltà precedente, la Cosa Pubblica veniva consegnata alle legittime aspirazioni di una comunità che dell’uso rispettoso di quel patrimonio avrebbe voluto costruire l’attrattiva turistica.
Invece, vi posso assicurare che un turista (specie se “di fuori”) che voglia fruire della riserva, vi trova una dimensione di abbandono protetto da una serie di divieti che di fatto sigillano non la cura ma uno stato di deterioramento e disfacimento che, spiace dirlo, è già sotto gli occhi di tutti.
Tra tutti i divieti figurano certamente quelli sacrosanti che mirano alla protezione dell’integrità dell’habitat, ma si colgono anche quelli che vietano alle biciclette e ai cavalli la percorrenza di quei sentieri: proprio a due “veicoli” per tradizione legati al mondo dell’ecologia e degli sport più affini alla natura.
Negli altri accessi (peraltro inopinatamente sprovvisti dei divieti presenti nell’altro accesso “Donna”) le sbarre sono serrate all’ingresso di automobili (giustamente!), ma in compenso sono affiancati e contraddetti da enormi varchi generati dalle transenne forestali divelte che possono essere oltrepassati persino da mezzi pesanti.
C’ERA UNA VOLTA “IL BELVEDERE”
Un’attenzione particolare merita l’area attrezzata del “Belvedere”: oasi naturale e sociale ostaggio delle eterne emergenze.
Chi ricorda cos’era, cosa è stata, l’area attrezzata del Bosco Belvedere a S. Stefano Quisquina? I bambini che non sanno di cosa parliamo si accingono già a frequentare la quinta elementare e probabilmente non troveranno risposte alla domanda: ‘Perché ci sono quei tavoli di pietra in quel bosco così bello e tutti quei cartelli che ne vietano l’accesso? A che era risalgono? Sono vestigia del Neolitico superiore? Luoghi di culto un un’era lontana o piuttosto sono testimonianze di un impazzimento generale che ci restituisce il segno di un’obbedienza cieca e rassegnata ai comandi?… Proprio nell’epoca in cui, nella comunicazione sociale e istituzionale, si fa largo uso e abuso dei termini, “comunità”, “fruizione sociale” , “turismo relazionale”: tutti concetti che qui non vengono né contemplati né onorati.
Eppure, l’area attrezzata del Belvedere (come tante altre in Sicilia) fu chiamata “attrezzata” perché forniva ai cittadini, già nei primi anni sessanta del novecento, l’habitat e gli strumenti idonei per trascorrere in pace e serenità quelle giornate (o semplicemente quelle ore), socializzando, creando momenti di serenità familiare, amicale, in cui trovavano posto interi nuclei familiari e gruppi di ragazzi e ragazze che avevano deciso di fare dell’area protetta il luogo ideale per esercitare la cordialità, l’affettività, la semplice gioia di stare insieme condividendo il cibo, spesso cucinato proprio in quelle tannure ben costruite che l’Azienda Forestale aveva concepito con competenza per dotare l’oasi (con i suoi oltre 300 posti a sedere) dei comfort essenziali (se non primitivi) per il culto e la cultura dello stare insieme, quell’habitat che è un diritto naturale di ogni essere umano, per riscoprire la semplicità del convivio.
E funzionavano anche – quelle aree attrezzate – funzionavano bene! Fornivano ai cittadini la purezza di una accogliente condivisione del tempo, del cibo, oppure di semplici (e meno semplici) conversazioni.
L’area era diventata, nel tempo, anche presidio turistico amato e frequentato da quei cittadini della provincia, in fuga dalle calure della costa. Funzionava grazie alla presenza vigile e operosa del personale del Corpo Forestale, che garantiva un servizio non solo pubblico ma anche umano, in sinergia con il Comune, permettendo alle famiglie e ai gruppi di trascorrere del tempo insieme senza per forza andare al ristorante o agli altri luoghi omologati del consumo.
Perché non funziona più quell’area? É presto detto: perché è stata fatta ostaggio dalla paura e dall’autorità costituita, cosicché da luogo di svago e di tranquillità aperta a tutti è stata recintata da una serrata topografia di divieti che non danno adito ai “se” e ai “ma”: qui non si entra e basta! E ciò da quando l’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana ne ha limitato l’uso sull’onda travolgente dell’emergenza sanitaria del covid, supportata dal decreto Ministeriale del 31 gennaio 2020 che dichiarava lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale. A questo si aggiungono, negli anni a seguire il covid, le paure diffuse sugli incendi, che hanno devastato tutta la Sicilia, e che hanno portato a serrare i divieti anche in posti, come l’area attrezzata del Belvedere che non ha mai visto, dalla sua costituzione, un solo incendio: contro questo provvedimento il Comune ha espresso (prot. n. 50550 del 02.07.2021) una chiara nota di dissenso descrivendo il divieto come un irricevibile penalizzazione di un territorio. Ma dopo cinque anni, a tutt’oggi, ”il Belvedere” appare uno dei luoghi più malinconici di tutto il “Parco –mancato- dei Monti Sicani”: sembra uno di quelle grandi navi disabitate e senza equipaggio, trascurata, lasciata a galleggiare in alto mare. Inoltre è ancora meta di residue forme di aggregazione “clandestine” che alla fine consumano il cibo portato da casa e, credendo che vi sia attivo un qualche servizio rifiuti anche li, mettono i loro rifiuti in un “educato” sacchetto che puntualmente verrà sbrindellato e sparso per i boschi da animali selvatici o cani randagi. Uno spettacolo vomitevole che non depone certo a favore di alcun concetto di salvaguardia nè della semplice basica vigilanza che i cartelli dicono di voler perseguire.
La domanda è: – Cosa si aspetta a restituire l’area attrezzata del Belvedere ai cittadini, e collegarla con tutte le cautele che ciò richiede, ai servizi e agli altri presidi di accoglienza turistica, del territorio?
Inoltre: Quanto deve durare ancora il “rischio sanitario” post covid di quel 2020 per riscattare la valenza sociale dell’area serrata dai divieti?
L’Azienda Forestale Demaniale, e chi per essa legifera, non avverte l’orgoglio di ripristinare un Bene che essa stessa ha saputo, con merito, creare per i cittadini, in anni in cui in Italia eravamo meno presi dalla paura, e più affezionati ad una sana e semplice idea di felicità?
Sarebbe molto bello che la Comunità di S. Stefano potesse essere liberata da questo incantesimo negativo e venisse guidata all’uso e al rispetto dei suoi boschi, vanto di un territorio.
Comunicato Alfonso Leto







