I Monti Sicani bruciano. E ora? Nessuno può più far finta di niente

Tre giorni fa un incendio partito dal territorio di Bivona (zona ex-Tracomatosario) si è propagato fino a Santo Stefano Quisquina, spinto dallo scirocco. Sono bruciati Monte delle Rose, Monte Kadera, contrada Mannirazza, contrada Fontanabianca, Pizzo Stagnataro, contrada Donna, contrada Buonanotte, Serra Moneta, il boschetto comunale sopra il paese. Al momento della pubblicazione (22/07, ore 20:10) l’incendio non è ancora domato e minaccia pericolosamente Monte San Calogero e Monte Cammarata.

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Il fuoco ha raggiunto il Teatro Andromeda e il bosco secolare di querce dell’Eremo della Quisquina e la Quercia Grande, l’unico bosco naturale della zona, insieme al teatro uno dei due volani turistici del territorio.

Sono state evacuate case, contrade intere, la clinica Attardi. Sono bruciati capannoni, aziende agricole, allevamenti. Animali morti, fauna e flora selvatica cancellate, oliveti e terreni coltivati ridotti in cenere. Incalcolabili danni economici ed ambientali.

In mezzo a tutto questo, c’è chi ha risposto: gli uomini e le donne della Forestale, del servizio antincendio, della Protezione Civile comunale, i volontari, gli agricoltori, chi abita questo territorio.

L’incendio è partito da Bivona nel tardo pomeriggio, l’orario in cui i Canadair non possono più volare. Una coincidenza che, insieme alla velocità con cui le fiamme hanno circondato l’abitato, orienta verso l’ipotesi di una matrice dolosa.

Trattandosi di incendio boschivo doloso (art. 423-bis del Codice penale) il reato è procedibile d’ufficio: significa che la Procura è tenuta ad aprire un’indagine non appena riceve la notizia di reato da Vigili del Fuoco e Carabinieri Forestali. La pena prevista va da 6 a 10 anni di reclusione, aumentata se dall’incendio è derivato pericolo per edifici, aziende o patrimonio zootecnico, esattamente lo scenario di questi giorni.

Il colpevole non è solo chi ha materialmente acceso il fuoco: chiaramente ci sono altre responsabilità, che la magistratura dovrà chiarire. Ma un’indagine aperta non è una verità accertata: sappiamo bene che gli incendi dolosi in Sicilia restano sempre senza un colpevole individuato.

Un incendio già noto da ore è riuscito a circondare un intero paese. Le squadre erano sufficienti? È stato mantenuto un presidio notturno sui fronti già attivi? È mancata la bonifica preventiva delle fasce parafuoco e del sottobosco? O gli incendi contemporanei in mezza Sicilia hanno reso impossibile intervenire ovunque? Sono domande legittime, a cui le istituzioni preposte devono una risposta pubblica e dettagliata.

Se ogni singola estate, da anni, si ripete lo stesso copione, allerta, roghi, devastazione, promesse,  a chi conviene che la prevenzione non funzioni mai davvero? Spetta ai cittadini pretendere che qualcuno, finalmente, risponda con i fatti e non con gli slogan.

Quello che non tornerà più, nemmeno tra una vita

Un bosco di macchia mediterranea impiega decenni per tornare quello che era. E un bosco di querce secolari come la Quercia Grande dell’Eremo della Quisquina non lo vedrà tornare quello che era nessuno degli stefanesi di oggi: non nell’arco di una vita umana. Non è solo il danno di quest’estate: è il futuro di più generazioni, bruciato in poche ore.

Con esso rischia di cambiare per sempre un intero modello economico che negli ultimi anni aveva iniziato, faticosamente, a crescere: il turismo esperienziale e culturale legato al Teatro Andromeda e all’Eremo, il trekking, il cicloturismo, l’ippoturismo, la “vita lenta” che portava presenze e reddito nel territorio. Tutto questo non sarà più lo stesso, e in alcuni casi non sarà più possibile.

Il nostro è un territorio ad alto rischio idrogeologico. Senza boschi, il prossimo inverno di pioggia rischia di trasformarsi in frane, smottamenti, colate di detriti che possono investire case e strade.

La legge quadro sugli incendi boschivi (L. 353/2000) vincola per anni il cambio di destinazione e l’edificazione delle aree bruciate (giustamente, per scoraggiare la speculazione) ma la stessa norma prevede una deroga esplicita al divieto di rimboschimento nei casi di documentato dissesto idrogeologico. È esattamente lo strumento che Regione e Comuni devono attivare subito, con perizie tecniche immediate.

Basta strette di mano

Nei prossimi giorni arriverà sicuramente qualche esponente dei vertici regionali. Ci sarà la promessa di aiuti economici forfettari, la stretta di mano, i sorrisi, i ringraziamenti, la foto sui social. Non è sufficiente. Questa volta non basta. Abbiamo davanti un intero territorio già in ginocchio per dissesto idrogeologico, calo demografico, depressione economica e povertà sociale. E le conseguenze di questo disastro non si esauriranno quest’anno: si trascineranno per tutte le generazioni a venire.

Per questo i sindaci dei territori colpiti in questi giorni, Bivona, Santo Stefano Quisquina, Cammarata, San Giovanni Gemini, Castronovo di Sicilia, devono unirsi in un fronte comune unico e pretendere, insieme, dalla Regione Siciliana azioni concrete ed immediate, è la comunita’ che lo richiede. Bisogna ricostruire il futuro di questo territorio. Futuro che adesso è stato rubato, perché non si può vivere in un deserto. Pertanto occorre chiedere con urgenza:

  • l’attivazione immediata della deroga di legge per il rimboschimento nelle aree a rischio idrogeologico documentato;
  • la bonifica e la messa in sicurezza dei versanti prima delle piogge autunnali;
  • fasce parafuoco e pulizia del sottobosco realizzate per tempo, non a maggio inoltrato;
  • un piano vero di prevenzione, comprese le risorse e il ricambio generazionale per il Corpo forestale, la cui età media supera i 60 anni;
  • un resoconto pubblico e dettagliato di ciò che è accaduto in queste ore, e delle misure concrete che verranno adottate perché non accada più.

Se questo non accadrà, e la gestione del post-incendio sarà identica a quella degli anni scorsi — ovvero nulla — allora questo disastro non sarà servito a niente, e ne saremo tutti corresponsabili: per averlo, ancora una volta, lasciato passare sotto silenzio.

Adesso tocca a noi

E questa volta la comunità non può limitarsi a guardare. Chi vive a Bivona, a Santo Stefano Quisquina, Cammarata, San Giovanni Gemini, Castronovo di Sicilia ha il diritto e il dovere — di far sentire la propria voce: nelle piazze, negli incontri pubblici, nelle lettere alle istituzioni. Perché se questa volta il territorio non si rialza, davvero non resterà più niente da salvare.

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