di Alfonso Leto –Â Il web e i social raccontano, in tempo reale, l’immane tragedia che sta devastando i boschi della Riserva Naturale Orientata di Monte Cammarata e della Quisquina. Centinaia di immagini, video e testimonianze, spontanee e drammatiche, restituiscono con immediatezza la portata della catastrofe, colmando il silenzio o la marginale attenzione riservata dai grandi quotidiani nazionali, per i quali la distruzione del nostro territorio sembra ancora una delle tante cronache estive destinate a essere dimenticate con la fine della stagione.
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Ma questa volta non è così.
La devastazione che stiamo vivendo non ha precedenti e i suoi effetti non si esauriranno con lo spegnersi delle fiamme. Nella notte l’incendio ha colpito ancora il cuore delle nostre comunitĂ : i boschi secolari della Serra Quisquina sono stati avvolti dal fuoco e l’antico Eremo di Santa Rosalia, “Luogo del Cuore FAI 2025”, è stato circondato dalle fiamme.
Si stringe il cuore al pensiero che la leggendaria Quercia Grande, albero monumentale che da oltre cinque secoli domina la valle di Fondo Castagna e Ratavili, sia stata minacciata. E cresce la rabbia nel vedere ridotti in cenere i sacrifici di intere generazioni di agricoltori e allevatori dei cinque comuni coinvolti: uliveti, mandorleti, pescheti e tante altre colture pregiate sono stati divorati da un incendio alimentato dal vento, ma nato da una precisa azione dolosa.
Le conseguenze non riguardano soltanto il patrimonio naturale. Sono state messe in pericolo le reti idriche ed elettriche dei comuni, l’aria è diventata irrespirabile, centinaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case ed è stata evacuata anche la Casa di Cura “Attardi”.
Parlo di comunitĂ , al plurale, perchĂ© le vittime di questa tragedia sono tutti i paesi che si riconoscono nell’identitĂ storica dei Monti Sicani. Oggi non possono essere considerati realtĂ separate, ma un unico corpo sociale e territoriale ferito profondamente. Un territorio che da anni cerca di costruire il proprio futuro valorizzando proprio ciò che oggi viene distrutto: il patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e naturalistico che rappresenta la sua piĂą grande ricchezza e la sua piĂą autentica vocazione.
Non è retorica nĂ© semplice promozione del territorio. Qui è in gioco la sopravvivenza stessa di un’area giĂ fragile, colpita da un disegno che non può essere archiviato come l’ennesimo episodio estivo. Occorre capire non solo chi ha acceso il fuoco, ma anche chi lo ha favorito e perchĂ©. Ma occorre anche accertare le responsabilitĂ di chi avrebbe dovuto prevenire tutto questo.
Vogliamo risposte concrete. Pretendiamo che siano individuate le responsabilitĂ politiche, amministrative e tecniche nella mancata prevenzione degli incendi, la cui origine dolosa viene ormai indicata ogni anno dagli stessi investigatori come la causa prevalente, senza mai giungere oltre questa laconico evidenza.
E chiediamo un’altra cosa, altrettanto importante: ci venga risparmiato lo spettacolo indecente delle passerelle politiche.
Chi oggi governa la Sicilia non venga sui luoghi della tragedia a distribuire attestati di solidarietà o medaglie al merito che non può attribuirsi. Restino lontani dalla scena di questo disastro coloro che hanno avuto responsabilità nel governo del territorio e che non sono stati capaci di costruire un sistema efficace di prevenzione, controllo e tutela del patrimonio boschivo.
Abbiano almeno il pudore di non trasformare il dolore delle nostre comunitĂ in occasione di propaganda. Il merito appartiene esclusivamente a chi, con coraggio e spirito di servizio, continua a combattere le fiamme mettendo a rischio la propria vita per salvare persone, boschi e paesi.
Se questa devastazione ha un’origine dolosa, la sua portata è stata resa possibile anche da anni di inadeguatezza nella prevenzione e nella difesa del territorio.
Per questo chiediamo giustizia, responsabilitĂ e rispetto.
Fuori il carnevale della politica dai luoghi del dolore.






