Acqua pubblica: disegno di legge del governo Musumeci cancella la riforma del 2015

Il governo Musumeci ha messo nero su bianco in un disegno di legge approdato in commissione Attività produttive un testo con cui la giunta cancella la riforma del 2015, nata dopo il referendum sull’acqua pubblica, facendo sparire fra le altre misure il quantitativo minimo che ogni siciliano, anche indigente, deve ricevere per legge ed eliminando la possibilità per la Regione di togliere le reti dalle mani di Siciliacque, la società controllata dai francesi di Veolia.

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In ballo un affare da oltre un miliardo, che comprende i 700 milioni che le famiglie siciliane pagano ogni anno e i 300 milioni che anche grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza arriveranno nell’Isola per la manutenzione delle reti: così il deputato regionale del Movimento 5 Stelle Giampiero Trizzino, il segretario regionale del Partito democratico Anthony Barbagallo e la verde Valentina Palmeri hanno firmato un documento per chiedere al governo di ritirare il disegno di legge.

Le chiavi del sistema, del resto, sono da anni in mani straniere. Nell’epoca di Totò Cuffaro, infatti, i 1.800 chilometri di rete che collegano tutta la Sicilia sono stati affidati per 40 anni, fino al 2044, a Siciliacque, un’azienda controllata al 75 per cento da Veolia, il colosso francese nato dalla multinazionale Vivendi.

Non è l’unico operatore internazionale: a Caltanissetta, ad esempio, Caltaqua (che offre ai nisseni una tariffa di 686 euro all’anno contro una media nazionale di 448) è controllata dalla spagnola Aqualia.

Dal 2015, però, è iniziato un percorso per il progressivo ritorno del sistema in mani pubbliche, in uno slalom fra i privati travolti dagli scandali e dalle inchieste come ad Agrigento e quelli che invece come ad Enna si limitano ad applicare una tariffa esosa, la settima più cara d’Italia con i 753 euro a testa registrati dall’ultimo Osservatorio prezzi di Cittadinanzattiva.

La legge del 2015, invece, pone dei paletti chiari: a nessuno, anche in caso di morosità, può essere negata la quota minima di sussistenza, 50 litri d’acqua all’anno.

“Per la prima volta – dice Trizzino – la legge del 2015 sancisce che la gestione del servizio deve essere affidata ad enti di diritto pubblico, che anche i meno abbienti hanno diritto all’acqua e che i cittadini devono partecipare alle decisioni strategiche sugli atti di pianificazione.

Quella norma, soprattutto, attribuisce al presidente della Regione la facoltà di esercitare il diritto di recesso nei confronti di Siciliacque. Oggi il presidente Musumeci deposita un disegno di legge che potrebbe cancellare tutto questo. Obiettivo costituire un nuovo modello di gestione più verticistico. Noi non ci stiamo: al limite riscriviamo insieme un testo che modifichi la legge attuale”.

Al fianco di Partito democratico e Movimento 5 Stelle, in questa battaglia, c’è il Forum per l’acqua e i beni comuni. Il cartello di associazioni che nel 2011 si batté per il referendum ha inviato due lettere ai deputati regionali: una rivolta ai componenti della commissione per chiedere loro “di dichiarare irricevibile un testo di legge rivolto alla privatizzazione del bene comune primario che tenta di rimettere in discussione gli esiti dei referendum popolari del 2011” e un’altra indirizzata a tutti i parlamentari con l’obiettivo di “sapere se la deputazione li considera portatori di diritti, a partire da quello di accesso universale all’acqua attraverso una gestione sì industriale ma efficace, efficiente, economica e partecipata dalle comunità locali, ovvero clienti di multinazionali che potranno finalmente fissare liberamente il prezzo del bene comune primario e gestire gli ingenti finanziamenti pubblici”.

Per difendere il principio stabilito nelle urne dieci anni fa da oltre due milioni di siciliani. E che adesso potrebbe finire nel cestino con un tratto di penna.

 

 

fonte: repubblica.it